martedì 22 dicembre 2015



LE NOCI NELLA DIETA ABBASSANO IL LIVELLO DI COLESTEROLO


Uno studio svolto dal Dr. David Katz della Yale University Prevention Research Center, Griffin Hospital, nel Connecticut ha analizzato le implicazioni di una dieta ricca di noce su una serie di fattori, tra cui la salute, i livelli di colesterolo, il peso complessivo e la qualità della dieta. Lo studio, condotto su 112 pazienti, ha concluso che mangiare noci quotidianamente porta ad un miglioramento della funzione della parete del vaso sanguigno (epiteliale) e un livello abbassato del colesterolo LDL (cattivo). Le prove hanno dimostrato poco o nessun effetto delle noci su una serie di altri parametri antropometrici, il livello di glucosio nel sangue, e pressione sanguigna.

domenica 29 novembre 2015


FARE LA SPESA "PER NOI"
Il concetto di spreco alimentare è strettamente legato all’acquisto esagerato di prodotti industriali che ci vengono proposti dalla pubblicità con messaggi martellanti e ripetitivi, come lo yogurt da mangiare per chi ha problemi di  colesterolo o l’acqua minerale per sentirci più leggeri.
Per stare bene dovremmo mangiare poco e di tutto, variare le scelte alimentari per apportare quotidianamente il giusto apporto dei diversi  macronutrienti al nostro organismo, provare a cambiare lo stile della spesa in funzione della scoperta di gusti e sapori diversi per non rendere attori unici delle nostre tavole i sacrosanti piatti della nostra tradizione.
Di contro quando si analizza l’alimentazione non si può compiere un atto riduttivo e semplicistico, ma sono da considerare diversi aspetti :  gli aspetti emotivi , ossia mangiare per rabbia o noia o frustrazione ; gli aspetti fisiologici , ossia il rapporto con la fame e la sazietà;  gli aspetti socio-culturali che indirizzano le convinzioni e quindi le scelte e i comportamenti.
Quindi che fare? Come distinguere gli imput giusti da quelli sbagliati?
Secondo me dobbiamo imparare ad ascoltare cosa richiede il nostro organismo nei vari momenti della giornata, e nello stesso tempo imparare ad avere una disciplina alimentare a favore dello stato di salute mentale e fisico. Non è cosa facile ma sbagliando si impara e imparando si trasmettono agli altri le proprie conquiste quotidiane giuste o sbagliate che siano.
La parola d’ordine è: educhiamoci a saper mangiare. Non é mai sbagliato ripeterlo.
Contribuiremo ad abbattere lo spreco alimentare, aiuteremo noi stessi cercando una alimentazione in equilibrio, saremo visibili come esempi da seguire se la strada è quella giusta.


sabato 17 ottobre 2015







IL TÈ, NON SOLO PROFUMO E SAPORE

Il consumo del tè è in costante aumento. Il tè é apprezzato sia per i suoi benefici effetti sulla salute sia per il gusto che caratterizza le diverse qualità. Le qualità più conosciute sono il verde e il nero, ma negli ultimi tempi sono in commercio anche il bianco e il rosso. Tranne il tè rosso, tutti i tipi di tè hanno origine dalla pianta Camelia Sinensis. Quello che li differenzia è la lavorazione, ossia se c’è stata più o meno fermentazione. Il tè nero è fermentato a differenza del tè bianco dove non è avvenuta fermentazione, invece nel tè verde la fermentazione è arrestata subito dopo la raccolta.
Tra i principali componenti del tè vanno evidenziati:
·       I Polifenoli: sostanze con un forte potere antiossidante che influiscono sul sapore del tè; tra i polifenoli troviamo i flavonoidi e tra questi le catechine che sono le sostanze più importanti tra i polifenoli del tè.
·       Le Metilxantine: tra queste la caffeina, la teofillina e la teobromina tutte con azione stimolante.
·       Le Vitamine: vitamina A e vitamina B, e nel caso del tè verde anche altre vitamine come la vitamina C.
·       I Minerali: calcio, fosforo, sodio, potassio e nel tè verde anche cromo, magnesio, cobalto, nichel, fluoro, selenio e altre sostanze.
·       Sostanze aromatiche: a queste dobbiamo il profumo caratteristico del tè e in parte anche il sapore
L’assunzione regolare di qualsiasi tipo di tè per il suo potere antiossidante aiuta a contrastare il decorso di malattie degenerative e lo sviluppo di cellule tumorali. Il tè è inoltre un potente alleato in caso di malattie cardiovascolari o di ictus e riduce i livelli di colesterolo cattivo nel sangue.

I principali tipi di tè hanno effetti benefici sull’organismo.
TE’ VERDE
E’ un antibatterico naturale, soprattutto per il cavo orale; la sua azione riguarda soprattutto la bocca e i denti.
TE’  NERO
E’ utile per prevenire le malattie cardiovascolari ad opera in particolare della teobromina contenuta in esso. Rispetto ad  altri tè contiene un quantitativo maggiore di caffeina per cui è sconsigliato se si soffre di insonnia.
TE’ BIANCO
E’ il più ricco di antiossidanti, preziosi alleati contro l’invecchiamento e in grado di mantenere la pelle giovane e luminosa più a lungo. La sua assunzione regolare migliora la densità del tessuto osseo e aiuta a combattere l’osteoporosi e l’artrite.
TE’ ROSSO
E’ particolarmente indicato per risolvere i problemi di pelle, in particolare in caso di dermatite atopica, eczema o di acne. Privo di caffeina è adatto a tutti, dalle donne in gravidanza ai bambini, dagli ipertesi ai cardiopatici. Il suo basso contenuto di tannini consente a questo tè di mantenere il suo sapore dolce anche dopo una lunga infusione.


domenica 27 settembre 2015


     
ESTRAMET : TEST PER LA PREVENZIONE DEL TUMORE AL SENO
Negli ultimi anni la medicina di laboratorio ha approfondito e studiato il ruolo assunto dagli estrogeni nella formazione e nello sviluppo delle neoplasie al seno.
Il nostro organismo metabolizza tali ormoni in differenti metaboliti, alcuni dei quali sono in grado di stimolare,altri di inibire, l'insorgenza del tumore mammario.
I due metaboliti interessati sono :
Estrone 2 (2OHE1) che tende a inibire la crescita tumorale
Estrone16 ( 16OHE1) che favorisce la crescita tumorale
Sudi clinici hanno dimostrato che poter determinare il rapporto Estrone2/Estrone16 può fornire un importante indicatore del rischio di sviluppo del tumore al seno.

Estramet è il test in grado di determinare il rapporto tra i due metaboliti Estrone 2 / Estrone 16 in campioni di urina. E' un test in grado di evidenziare uno specifico fattore di rischio del cancro mammario e quindi consente una corretta prevenzione primaria del tumore stesso. E' stato dimostrato che ogni donna può modificare un indice di rischio sfavorevole semplicemente assumendo una sostanza protettiva naturale : l'indolo3 carbinolo .Questa sostanza è presente in una particolare classe di alimenti , le crucifere (cavolo,cavolfiore e cavoli di Bruxelles), ed è in grado di modificare significativamente il metabolismo degli estrogeni.

giovedì 27 agosto 2015



ANTROPOLOGIA DELLA CUCINA E NUTRIZIONE TRADIZIONALE:
PER UNA GLOBALIZZAZIONE DEL PIATTO UNICO *

Nutrirsi è una delle attività fondamentali e cucinare è un termine molto presente nella vita quotidiana. Mangiamo e cuciniamo molte cose durante la giornata e qualità, quantità e finalità del cibo sono tutti aspetti analizzati scrupolosamente negli innumerevoli format sul cibo trasmessi dai canali televisivi. Ma la logica nutrizionale e funzionalistica non fa ombra e depaupera la cucina come arte ed estetica? Cucinare significa caricare un cibo di valori estetici, simbolici, emozionali e relazionali e non solo calcolare l'apporto degli elementi nutritivi e gli effetti sulla salute dell'organismo come oggi si è portati a fare. Occorre allora chiedersi: può esserci un punto di incontro? La scienza dell'alimentazione può incontrarsi positivamente con l'antropologia dell'alimentazione?
Una risposta potrebbe scaturire dall'associazione di due aggettivi riguardanti il cibo: tipico e funzionale. Per tipico si intende un piatto del posto che viene dal passato ed è molto diffuso nel territorio di appartenenza e in quest'ottica il cibo diventa il principale narratore del territorio e racconta le persone, il paesaggio, le memorie di famiglia.  Funzionale é un cibo scelto per un fine come ad esempio aumentare il senso di sazietà, ritardare l'assorbimento di lipidi o carboidrati, rallentare o accelerare processi metabolici di vario genere e tutto questo per il raggiungimento di un equilibrio alimentare che sia armonico con il nostro benessere psicofisico. L'anello di congiunzione tra tipico e funzionale può essere costituito dall'educazione alimentare al piatto unico dei territori,   legato alle varie tradizioni locali, ossia un piatto che racchiuda in sé da una parte l'insieme dei sapori e dei gusti della tradizione locale nelle diverse categorie alimentari (pane, pasta, carne, pesce, verdura, frutta) e dall'altra la caratteristica di raggruppare in una singola portata, nelle giuste quantità e porzioni, i diversi componenti della piramide alimentare simbolo della sana ed equilibrata alimentazione nella scelta giornaliera degli alimenti. Il piatto unico presente oggi sulle nostre tavole é per lo più il risultato di una dieta dissociata (primo piatto a pranzo e secondo piatto a cena), al passo con i ritmi frenetici di una società in movimento che non si ferma a riflettere su come si mangia. Invece il piatto unico del territorio nasce dal cibo come simbolo di appartenenza, dal voler gustare in un unico piatto l'insieme dei valori e dei fattori culturali propri che formano i "buoni" sapori, quelli genuini rappresentati dalle pietanze tradizionali "preparate dalla zia" o la cucina di riciclo, quando il pane raffermo non si gettava e veniva riutilizzato in cucina, la cena di magro della Vigilia o il cibo della festa.
Un esempio di piatto unico locale é rappresentato da quello altoatesino, dove insieme vengono affiancati filetto di maiale, una piccola porzione di verdura e una porzione di patate; oppure vengono serviti contemporaneamente lo spezzatino di fegato di vitello, una porzione di riso scondito e verdure di vario genere; infine un ultimo esempio é costituito dalla bistecca tirolese affiancata da cipolle e patate.
Di esempi ce ne sono tanti sul territorio nazionale e tutti legati agli specifici territori, forse ciò che manca è una sorta di globalizzazione del piatto unico, cioè un filo conduttore visibile che faccia emergere dalle singole realtà locali il fine da raggiungere, ovvero la non contrapposizione tra ciò che è buono e ciò che fa bene alla salute. Se si impara a conoscere e ad avere memoria dei sapori delle nostre terre, può essere possibile anche creare una sinergia tra questi sapori per poterli esprimere armonicamente in un singolo piatto che può rappresentare una fonte di energia positiva per il nostro organismo.
Silvana Cristino
Riferimenti bibliografici:
F. MARANO, Fare a occhio. Antropologia della cucina in Basilicata, Altrimedia Edizioni 2015
C. GRASSENI, La reinvenzione del cibo. Culture del gusto tra tradizione e globalizzazione ai piedi delle Alpi, QuiEdit 2007
C. PAPA, Il prodotto "tipico": una costruzione multilocale, in C. PAPA, Antropologia dell'impresa, Guerini 1999, pp. 137-170.



domenica 19 aprile 2015

FALSE CREDENZE SULL’ACQUA

1. Non è vero che l’acqua vada bevuta al di fuori dei pasti. Al limite, se si eccede nella quantità si allungheranno di poco i tempi della digastione (per una diluizione dei succhi gastrici),ma un'adeguata qauntità di acqua (non oltre i 600-700 ml) è utile per favorire i processi digestivi,perchè migliora la consistenza degli alimenti ingeriti.

2. Non è vero che l’acqua faccia ingrassare. L’acqua non contiene calorie, e le variazioni di peso dovute all'ingestione o eliminazione dell'acqua sono momentanee e ingannevoli.

3. Non è vero che bere molta acqua provochi maggiore ritenzione idrica. La ritenzione idrica
dipende più dal sale e da altre sostanze contenute nei cibi che consumiamo che dalla
quantità di acqua che ingeriamo.

4. Non è vero che occorra preferire le acque oligominerali rispetto alle acque maggiormente
mineralizzate per mantenere la linea o “curare la cellulite”. I sali contenuti nell’acqua
favoriscono l’eliminazione di quelli contenuti in eccesso nell’organismo.

Nei bambini in particolare sarebbe bene non utilizzare le acque oliominerali in modo
esclusivo, ma bisognerebbe alternarle con quelle più ricche di minerali, in quanto una
diuresi eccessiva può impoverire di sali minerali un organismo in crescita.

5. Non è vero che il calcio presente nell’acqua non sia assorbito dal nostro organismo.
Ricerche recenti dimostrano il contrario. La capacità dell’intestino umano di assorbire il
calcio contenuto nelle acque (spesso presente in quantità consistente) è considerata
addirittura simile a quella relativa al calcio contenuto nel latte.

6. Non è vero che il calcio presente nell’acqua favorisca la formazione dei calcoli renali. Le
persone predisposte a formare calcoli renali devono bere abbondantemente e ripetutamente
nel corso della giornata, senza temere che il calcio contenuto nell’acqua possa
favorire la formazione dei calcoli stessi: anzi, è stato dimostrato che anche le acque
minerali ricche di calcio possono costituire al riguardo un fattore protettivo.

7. Non è vero che l’acqua gassata faccia male. Né l’acqua naturalmente gassata né quella
addizionata con gas (normalmente anidride carbonica) creano problemi alla nostra salute,
anzi l’anidride carbonica migliora la conservabilità del prodotto. Solo quando la
quantità di gas è molto elevata si possono avere lievi problemi in individui che già soffrano
di disturbi gastrici e/o intestinali.

8. Non è vero che le saune facciano dimagrire. Le saune fanno semplicemente eliminare
sudore. Lo stesso organismo provvederà a reintegrare prontamente le perdite, cosicché

nell'arco di poche ore il peso tornerà ad essere esattamente quello di prima.

http://sapermangiare.mobi/









































lunedì 13 aprile 2015


VITAMINA D, LA VITAMINA DEL SOLE
Nei primi decenni del secolo scorso, prima della scoperta degli antibiotici, la cura con il sole é l’unico rimedio per malattie come la tubercolosi e il rachitismo. I pazienti con tubercolosi, mandati a trascorrere lunghi periodi in ambienti assolati, molto spesso guariscono. Anche i bambini rachitici con deformità a causa della mancata trasformazione rigida dell’osso, guariscono con l’esposizione al sole. A metà del Novecento le ricerche scientifiche dimostrano che in ratti, resi artificialmente rachitici,  l’esposizione della cute al sole e anche la somministrazione di olio di fegato di merluzzo avevano eccellenti effetti contro il rachitismo. Nel 1922 l’elemento comune al sole e all’olio di fegato di merluzzo viene identificato e chiamato Vitamina D. Da allora innumerevoli studi e ricerche su questa vitamina evidenziano il suo ruolo di micronutriente indispensabile non solo per il metabolismo dell’osso, ma anche per altre funzioni vitali dell’organismo.
Esistono due forme di Vitamina D che, pur differendo minimamente per la loro struttura chimica, hanno un metabolismo simile: la Vitamina D3 o colecalciferolo, contenuta in piccole quantità in prodotti di origine animale, ma prodotta per la maggior parte nella cute umana dopo irradiazione ultravioletta a partire dal 7-deidro-colesterolo e la Vitamina D2 o ergocalciferolo, prodotta solo nei vegetali dall’irradiazione ultravioletta a partire dall’ergosterolo, e pertanto assunta dall’uomo solo con la dieta.
La Vitamina D ottenuta dall’esposizione solare, o attraverso la dieta, è presente nell’organismo in una forma biologicamente inattiva e deve subire due reazioni di idrossilazione per essere trasformata in una forma biologicamente attiva. I due processi chimici di idrossilazione avvengono il primo nel fegato, senza regolazione, che genera la 25-OH-vitamina D o calcifediolo ed il secondo processo avviene nel rene, strettamente regolato, che genera la forma attiva di vitamina D chiamata 1,25-OH-vitamina D o calcitriolo.
La principale sorgente di Vitamina D è costituita nell’uomo dall’esposizione cutanea alla luce del sole e rappresenta il 90% della vitamina D circolante o in forma di deposito. La luce solare, nella sua componente di raggi ultravioletti B, è la migliore e più naturale sorgente di vitamina D ed è proprio la mancanza di esposizione al sole il fattore più rilevante di una sempre più diffusa carenza o insufficienza di Vitamina D. Nell’epoca attuale si passa meno tempo al sole rispetto alle passate epoche storiche, è questa la ragione per cui un  numero elevato di persone è carente di Vitamina D. Questo fenomeno è strettamente legato anche al diffuso impiego di cosmetici e a distorte informazioni sugli effetti dannosi dell’esposizione cutanea ai raggi ultravioletti.
La sorgente alimentare di vitamina D è invece assai scarsa, pochi cibi naturali contengono vitamina D e spesso in quantità limitate, tanto da provvedere solo al 10% del fabbisogno. I cibi con presenza di vitamina D sono il pesce grasso (salmone selvatico, sardine, sgombro, tonno e merluzzo) e i funghi secchi; quantità molto più basse si trovano anche nei derivati del latte intero e nelle uova.
Oggi la carenza di Vitamina D è estremamente diffusa. Oltre all’importanza della vitamina D per la salute dell’osso, recentemente diversi studi hanno suggerito che l’insufficienza di vitamina D sia associata ad un aumento del rischio per molte malattie croniche, comprese quelle cardiovascolari, il cancro, le infezioni e le malattie autoimmuni. Oggi la vitamina D è riconosciuta come pro-ormone con molteplici ruoli nel mantenimento di uno stato di salute ottimale.
La misurazione della concentrazione sierica o plasmatica della 25-OH-VITAMINA D TOTALE (D2+D3) è il più valido indicatore di stato nutrizionale per la vitamina D, conviene richiederla quando facciamo le analisi cliniche di laboratorio.

lunedì 23 marzo 2015




MANGIARE “INSIEME” SIGNIFICA MANGIARE MEGLIO

Mangiare è più che nutrirsi, è stabilire una  relazione  con se stessi, con gli altri e con i beni della terra.
Nel rapporto con se stessi il cibo costituisce la fonte primaria di nutrimento ed è strettamente correlato alla  salute e al piacere; in alcuni casi la privazione del cibo diventa esasperata perché a servizio dell’immagine fisica (anoressia e bulimia),  in altri casi c’è l’ingordigia che porta al sovrappeso e all’obesità.

Nel rapporto con gli altri, consumando insieme il cibo, la relazione diventa condivisione, a tavola dialoga la famiglia, si incontrano gli amici, gli uomini d’affari e i politici, si festeggia qualcuno o qualcosa. Le persone si ritrovano una di fronte all’altra con la propria individualità ed insieme condividono i beni della terra e la propria vita.

Con il cibo l’uomo stabilisce un rapporto con la terra e con il cosmo a cui appartiene, può distruggere la natura o coltivarla  entrando in un  rapporto di scambio con essa.
Mangiare insieme non solo unisce ed aggrega le persone, ma ci aiuta ad assaporare meglio ciò che mangiamo, a mangiare più lentamente secondo il ritmo della conversazione, e infine ci dà l’occasione di riappropriarci della cultura e della tradizione del cibo nel corso dei tempi e delle generazioni.


L’esperienza quotidiana non offre questa visione del mangiare insieme, molto spesso ciascuno ricerca il piacere prescindendo dall’altro,  per cui la convivialità è un percorso educativo che bisogna imparare e che si esprime concretamente nel mangiare insieme e nello stesso tempo si sviluppa  concretizzandolo nelle scelte che si fanno insieme a tavola.

venerdì 20 marzo 2015

sabato 14 marzo 2015

LE PATATE, I TUBERI BUONI CHE “DORMONO”
La patata è spesso erroneamente considerata una verdura,mentre contenendo molto amido,appartiene ai cereali, un gruppo degli alimenti ricchi di carboidrati.
La patata (Solanum tuberosum) è un tubero appartenente alla famiglia delle Solanacee ed è una pianta ormai diffusa in tutto il mondo.
Importata dall’America Centrale alla fine del XVI secolo ad opera dei grandi navigatori italiani,inglesi e spagnoli, la coltivazione della patata è andata estendendosi prima nell’Europa settentrionale e centrale, poi in  Francia e molto più tardi in Italia (merito soprattutto di Vincenzo Dandalo). All’inizio fu considerata solo una curiosità botanica ma, dopo aver dimostrato il suo valore nei periodi di carestia, si affermò come pianta alimentare.
Il tubero è un organismo vivo ma in dormienza, dopo circa 2 o 3 mesi però i puntini neri, che sono gemme, si risvegliano e germogliano. Per questa ragione le patate, specialmente quelle novelle, vanno consumate prima che germoglino, infatti nella fase di germinazione perdono valore nutritivo e producono solanina, una sostanza dagli effetti negativi sulla salute. Bollire le patate con la buccia è un buon sistema per trattenere più  nutrienti.
Per la lessatura delle patate è preferibile la partenza a freddo. Le patate, per la conservazione,  non sopportano le temperature troppo basse o troppo alte, l’ideale è conservarle in un luogo ventilato e buio.
La patata ha un modestissimo contenuto di grassi (inferiore all’1%) e di proteine (2%) che contengono  lisina , contrariamente alle proteine dei cereali;  il contenuto in carboidrati è considerevole (circa 18%) e rappresentato da amido (16%) e da piccole quantità di zuccheri semplici. Rilevante il contenuto in vitamine, quali B1, B3 , B6 e vitamina C, oltre ad acido folico e acido pantotenico. La patata rappresenta una delle fonti più  importanti di potassio (circa 570mg/100g), fosforo e calcio, che in parte passano nell’acqua di cottura se non ci si attiene alla precauzione di bollire le patate intere e  con la buccia.  E’ un ortaggio che non contiene glutine, per la consolazione dei celiaci , invece rappresenta un piccolo problema per i diabetici visto l’alto indice glicemico che provoca un aumento del glucosio nel sangue, per questo un diabetico ne può mangiare solo piccole porzioni, ad esempio 100 grammi 3 volte a settimana, non insieme alla pasta.
Le patate sono a pasta bianca o a pasta gialla, le più adatte a preparare gnocchi, ultimamente c’è la varietà Vitelotta,  cioè viola.  E’ più bitorzoluta, per cui la sbucciatura è più difficoltosa, però è più ricca di tannini  efficaci come antitumorali e antiossidanti.


lunedì 23 febbraio 2015


DAL WEB :
UMAMI IL SESTO GUSTO CHE FA TANTO BENE ALLA SALUTE

 http://www.repubblica.it/scienze/2015/02/21/news/ecco_umami_il_sesto_gusto_che_fa_tanto_bene_alla_salute-107546791/?ref=HRERO-1


CIBI IN PROGRESS: LE BACCHE DI GOJI SONO UN SUPERCIBO?

Oggi la cultura del mangiare informati è molto diffusa e i motori di ricerca ti forniscono una serie infinita di informazioni di vario tipo sulla composizione e provenienza di alimenti “nuovi” indicati come supercibi e provenienti da altri paesi e da culture con abitudini alimentari differenti dalle nostre. Occorre filtrare tutto il bagaglio di informazioni della rete e trarre le giuste conclusioni su ciò che in realtà fa bene alla nostra salute e ci aiuta a perfezionare uno stile di vita comunque basato su una corretta e bilanciata alimentazione.

Un esempio sono le tanto pubblicizzate Bacche di Goji indicate dal Ministero della Salute come un estratto vegetale impiegabile come integratore antiossidante. Ma cosa sono queste bacche selvatiche? Il Goji, dal nome latino Lycium Barbarum, proviene dalla Mongolia interna ed è un arbusto perenne della famiglia delle Solanacee (famiglia a cui appartengono melanzane, pomodori, patate, peperoncino e peperoni) che cresce su viti rampicanti. La dieta delle popolazioni della Cina del nord e della Mongolia interna è arricchita quotidianamente dalle bacche di Goji, che sono annoverate fra i fattori legati alla longevità di queste popolazioni meno soggette di altre alle malattie cardiovascolari e ai tumori.

Ma perché assumere le bacche di Goji? Questi frutti rappresentano potentissimi antiossidanti e sono ricchissimi di nutrienti indispensabili per il nostro organismo. Una singola bacca contiene: carboidrati, efficaci nel rinforzo del sistema immunitario, proteine, lipidi (tra cui Omega3 e Omega6), vitamine del gruppo C ed E, le quali proteggono dai radicali liberi e dallo stress ossidativo e poi elementi quali il rame, il ferro, il fosforo e il manganese che regolano il metabolismo energetico. La presenza in ottime concentrazioni di potassio e magnesio aiuta ad aumentare la resistenza muscolare.


Le bacche di Goji possono essere assunte come integratori naturali nell’ambito di uno stile di vita sano e con un regime alimentare controllato ed inoltre in diverse situazioni di vita quali disturbi legati allo stress, affaticamento visivo, menopausa, gravidanza, sbalzi di umore. Le bacche di Goji si possono assumere quale frutto essiccato oppure si possono aggiungere allo yogurt o alla macedonia o ai cereali o alle insalate oppure le si può scaldare a bagnomaria per renderle più morbide e reidratate. La dose consigliata è di 1-3 cucchiai al giorno equivalente a 30 gr, si inizia con 10 gr e poi si valutano gli effetti, l’importante è non eccedere per gli eventuali effetti collaterali.

lunedì 16 febbraio 2015

VELOCI IN TUTTO, MA NON A TAVOLA
I ritmi frenetici della vita di oggi influiscono inevitabilmente sulle nostre abitudini alimentari e volerle migliorare richiede sforzo e volontà non indifferenti.
Mangiare in fretta, non essere attenti alle quantità, scaricare sul mangiare il nostro stress e le nostre tensioni quotidiane, sono aspetti tipici di chi non presta attenzione al benessere del proprio organismo, di chi non si vuole bene, semplicemente perché ritiene il mangiare un accessorio ingombrante o una valvola di sfogo esagerata. Se il punto di partenza è questo, la prima cosa è educare se stessi a mangiare più lentamente.
Sono tanti i vantaggi che se ne traggono tra cui assaporare meglio i cibi, facilitare la digestione ed inoltre mangiare lentamente riduce il senso di fame e quindi aiuta a mangiare meno, ciò aiuta ad introdurre meno calorie,  a perdere il peso in eccesso e a non acquistare altro peso. Chi mangia in fretta tende a mangiare di più, avvertendo la sensazione di non aver mangiato abbastanza. Mangiando più lentamente si impara a controllare le porzioni, soprattutto  quando si inizia a seguire un piano alimentare per dimagrire.

Ma come imparare? Pochi semplici accorgimenti ci vengono in aiuto, ad esempio masticare lentamente, dividere il cibo in piccoli bocconi, non arrivare al pasto con troppa fame, imparare ad assaporare ciò che si mangia apprezzandone il sapore e il profumo.

Alla base di tutto c’è il concetto del cibo non solo come bisogno primario da soddisfare, ma come tassello indispensabile che aiuta a vivere meglio e in armonia con noi stessi.

sabato 14 febbraio 2015

CHILI DI TROPPO?
UN DIARIO CI SALVERA’

Nell’epoca del digitale sembra strano e inconsueto prendere una penna in mano per scrivere o annotare qualcosa da ricordare che ci riguarda. L’idea di mettere nero su bianco la propria giornata alimentare può apparire oggi improponibile, un po’ per la mancanza di tempo , un po’ perché sembra inutile (tanto me lo ricordo) , un po’ perché  sembra inattuabile.

Compilare il diario alimentare è invece molto utile per capire come e quanto si mangia durante il giorno; leggerlo una volta compilato  aumenta la consapevolezza dei cibi assunti, ci fa comprendere quali e quanti alimenti ipercalorici assumiamo  senza in realtà  averne bisogno, ci aiuta a capire se mangiamo troppo poco o semplicemente se mangiamo sempre uguale o in modo sregolato.

Se ci prefiggiamo di perdere i chili di troppo, il diario alimentare è uno strumento semplice ed efficace per conoscerci dal punto di vista alimentare e quindi intervenire per correggere gli errori inconsapevoli che commettiamo .
Ma come compilarlo in modo giusto? Basta seguire alcune regole chiave: 1) annotare subito su un quaderno o una agenda o uno smartphone quello che abbiamo appena mangiato; 2) annotare per ogni pasto cosa e quanto si mangia e possibilmente quando, dove e perché, se si riesce a individuare la motivazione; 3) annotare tutti i fuori pasto e ciò che spilucchiamo durante il giorno (un cioccolatino, un morso di pizza , una manciata di noccioline); 4) annotare le bevande gasate e non, acqua compresa; 5) annotare l’attività fisica fatta nella giornata.
Rileggere il diario ci farà intuire i nostri errori alimentari, per correggere questi errori ed educarci a mangiare bene, forse occorrerà ricorrere ad un nutrizionista.


giovedì 5 febbraio 2015


I sette cibi che aiutano a dormire meglio
Si sa che dormire bene aiuta ad affrontare la giornata nel modo migliore ed allontana molte patologie legate allo stress e alla depressione. La qualità del sonno dipende da molti fattori ed ultimamente alcuni studi scientifici e medici si sono soffermati  ad analizzare quali alimenti contribuiscono a conciliare il sonno e a combattere il sonno cattivo. Sono stati individuati sette cibi che aiutano a dormire meglio e quindi a vivere meglio nel quotidiano.

Il kiwi ha molte proprietà: è  ricco di vitamina C , di fibre e potassio e ha ottime  proprietà antiossidanti. Un ricerca dell’Università Medica di Taipei ne ha scoperto anche effetti benefici sul sonno. La ricerca su 22 donne e 4 uomini tra i 20 e i 50 anni ha dimostrato che il consumo quotidiano di kiwi innalza qualità e quantità del sonno. Due frutti un’ora prima di andare a dormire e il sonno ne guadagna.

Le noci sono ricche di proteine, zuccheri, minerali, vitamine e grassi buoni come gli Omega 3 tanto utili per combattere l’invecchiamento. Un ricerca di alcuni anni fa dell’Università del Texas ha scoperto che il consumo di noci innalza il livello di melatonina, ormone che regola il ritmo sonno- veglia e la cui produzione è stimolata dal buio. Consumando noci si favorisce dunque la produzione di melatonina e quindi si migliora la qualità del sonno.
Le mandorle sono particolarmente ricche di magnesio, un minerale fondamentale per un buon sonno. Secondo uno studio americano l’assenza di magnesio diminuisce la qualità del sonno. Basta consumare qualche mandorla al giorno (circa 400 mg) per aumentare i livelli di magnesio e quindi dormire meglio.

Una ricerca dell’Università di Oxford ha dimostrato che un piccolo supplemento quotidiano di estratti di alga marina migliora la qualità del sonno e aumenta la presenza di Omega 3 che si trovano in alta concentrazione nelle alghe marine.

Uno studio scientifico condotto dall’Università della Louisiana ha dimostrato che, consumando una tazza da latte di succo di amarene fresco, due volte al giorno per due settimane, aumenta il sonno di oltre un’ora e questo è legato alla rapida attivazione della melatonina creata dalle amarene.

Un panino con burro di arachidi unisce carboidrati e grassi e rappresenta la merenda americana per antonomasia. Il burro di arachidi contiene grassi che attivano l’insulina,  la quale da sempre è collegata all’insorgenza di sonnolenza. Del resto anche il consumo dei carboidrati la sera aiuta a prendere sonno più facilmente. L’importante è non abusarne, in quanto tali nutrienti, se consumati in grandi quantità prima di andare a dormire, determinano aumento di peso e ritenzione idrica.

Infine la tisana di camomilla è un antico rimedio che calma corpo e mente e aiuta a prendere sonno. Uno studio giapponese ha dimostrato come i topi curati con camomilla dormissero come quelli curati con benzodiazepine.

sabato 31 gennaio 2015



Braccio di Ferro aveva ragione
Infallibile e premonitrice è la saggezza popolare, tanto da ispirare credenze, detti, addirittura cartoni animati, prima ancora delle spiegazioni scientifiche.
Per anni le mamme hanno tentato di convincere i propri figli a mangiare spinaci, con la promessa di diventare forti come Braccio di Ferro.
Sono arrivate le prime conferme scientifiche sulle proprietà degli spinaci, direttamente dalla Svezia, precisamente dal Karolinska Institutet di Stoccolma.
Secondo i ricercatori svedesi, infatti, il nitrato che si trova in alte concentrazioni negli spinaci.nella lattuga e in altri vegetali quali barbabietole rosse e bietole, migliorerebbe il tono della muscolatura.
Dai risultati ottenuti da esperimenti condotti su modello animale, da poco pubblicati sul Journal of Physiology,basterebbe infatti una settimana di alimentazione ricca di nitrato, per aumentare la forza dei muscoli estensori e flessori degli arti murini.
L'esperimento è stato condotto proprio sui topi, i quali hanno ricevuto per 7 giorni dell'acqua contenente una quantità di nitrato pari a quella fornita da circa 250 grammi di spinaci, corrispondenti ad una normale porzione di questa verdura.
Oltre al miglioramento dei muscoli, i ricercatori hanno osservato anche l'aumento di due proteine coinvolte nel controllo dei livelli di calcio necessario per la contrazione muscolare.
A livello umano, assumere nitrato attraverso vegetali a foglia come gli spinaci, aumenta la capacità dei muscoli di sollevare pesi, di effettuare scatti di corsa in salita e accrescere anche la resistenza.
Secondo quanto commentato dal ricercatore leader dello studio, Andrès Hernàndez, " il prossimo passo dell'esperimento consisterà nel verificare gli effetti del nitrato su persone anziane e con problemi muscolari".

L'abstract dell'articolo al link :
http://jp.physoc.org/content/early/2012/06/11/jphysiol.2012.232777.abstract
                                                                    
 da Funiblogs,Università Politecnica delle Marche
 Funiber Fondazione Universitaria Iberoamericana

                                                                           

domenica 25 gennaio 2015


COLON IRRITABILE? 
FAI IL DYSBIO CHECK
Parlare di colon irritabile è diventato molto frequente, soprattutto per conoscere le analisi per diagnosticarlo. Molti sono i sintomi legati al colon irritabile (diarrea o stipsi, irregolarità intestinale, gonfiori e tensioni addominali, flatulenza e aerofagia, emicrania e stanchezza cronica, ma anche altro), fra le cause non vanno sottovalutati i ritmi frenetici e gli stili di vita stressanti.

Recentemente nello scenario scientifico degli interrogativi su come collegare causa ed effetto nella sindrome del colon irritabile, si è posto l’accento sul parametro della microflora batterica intestinale e sulla valutazione della sua alterazione, ossia la Disbiosi  intestinale. La microflora intestinale è un insieme di microrganismi presenti nel lume intestinale i quali, se convivono in equilibrio, contribuiscono allo stato di salute dell’organismo.

Ogni giorno la pubblicità ci ricorda quanto sia importante il normale equilibrio della microflora in cui dovrebbero prevalere i batteri amici dell’organismo che ostacolano la proliferazione dei batteri patogeni nemici. I batteri amici migliorano la funzionalità della mucosa intestinale e, di riflesso, la salute dell’intero organismo.

Lungo il tratto digestivo staziona un’enorme quantità di batteri, tanto da costituire un vero e proprio organo, il microbiota. La microflora comincia a svilupparsi nel neonato, quando viene a contatto con i batteri provenienti dal tratto genitourinario della madre  (lattobacilli e streptococchi). Il tipo e il numero dei batteri intestinali contribuiscono a determinare lo stato di benessere o malessere dell’apparato digerente e dell’intero organismo, ecco perché sono importantissimi.

Per valutare l’alterazione della microflora batterica intestinale, la disbiosi intestinale, c’è oggi il Dysbio check. E’ un test indispensabile per trovare le risposte a problemi e disturbi intestinali che perseguitano molte persone. Il Dysbio check è un test che valuta l’alterazione qualitativa-quantitativa della microflora dosando a livello urinario i metaboliti del triptofano (indicano e scatolo) prodotti in eccesso dalla cattiva flora disbiotica.
Questo significa che attraverso un semplice campione di urine con il Dysbio Check si può individuare, con un metodo indiretto, eventuali anomalie nello stato di equilibrio della flora intestinale. In questa maniera si ha la possibilità di correggere le alterazioni che irritano il colon con la giusta integrazione a base di probiotici e prebiotici, oltre che con uno stile di vita più corretto e meno stressante, con le giuste scelte alimentari e con una corretta attività fisica.


domenica 18 gennaio 2015




MANGIARE  BENE NON E’ PECCATO
Il più delle volte seguire una dieta è sinonimo di privazioni e di cucina monotona e ripetitiva. Seguire un piano alimentare prestampato o redatto al computer diventa un obbligo spiacevole perché legato ad una determinata patologia e per ciò destinato ad essere abbandonato quanto prima possibile. Basti pensare a quante persone in sovrappeso e a quanti diabetici, seppure inizialmente pervasi da scrupolosa attenzione, finiscano per trascurare i freddi schemi dietetici che ignorano la legittima attenzione per il gusto e per le sane tradizioni alimentari.

E’ proprio qui il problema: la convinzione che una dieta non rispetti gusto e olfatto ma, se pur personalizzata, sia univocamente e strettamente legata al raggiungimento di un risultato ossia dimagrire. E per dimagrire bisogna soffrire.

Nell’elaborazione di questo pregiudizio rientrano diversi fattori: l’accezione negativa del termine dieta; il fatto che l’offerta alimentare sia concepita solo per tacitare lo stimolo della fame, non importa con che cosa, purché subito e spesso nei pressi del posto di lavoro; il binomio più mangio e più mi sento bene perché sono stressato e devo rilassarmi gratificandomi mangiando senza regole ed altro ancora.

Il concetto del mangiare poco e bene legato ad assaporare e gustare meglio ciò che si mangia non si capisce fino a quando non ne hai fatto esperienza diretta. Contemporaneamente la prevenzione e la dietoterapia delle patologie legate al sovrappeso dovrebbero recuperare l’interesse per il sapore e la piacevolezza dell’atto alimentare.

E’ interessante osservare che anche la letteratura scientifica ha valorizzato il ruolo di un pasto gradito rifacendosi a un potenziamento delle difese immunitarie a livello del cavo orale e del tratto gastrointestinale; sembra che le sensazioni piacevoli possano stimolare positivamente l’immunoprotezione per diverse ore, confermando le vecchie intuizioni popolari su quanto l’allegria, il piacere e la serenità possano contribuire a proteggerci dalle malattie ( “ il riso fa buon sangue” , “ ridi che ti passa” ).


Quali sono, allora, le regole giuste del mangiare bene? Riscoprire il gusto, la genuinità dei prodotti tipici della tradizione, educare i più giovani a riconoscere e apprezzare gli aromi e i gusti che i prodotti commerciali e il fast food rischiano di cancellare.

venerdì 16 gennaio 2015




CIBI “IN PROGRESS”: IL  KEFIR
Il kefir è una bevanda ricca di fermenti lattici e probiotici ottenuta dalla fermentazione del latte. E’ cremoso, omogeneo e dalla consistenza gradevole , con un gusto fresco leggermente acido e un aroma dolce. E’ originario del Caucaso ed è molto popolare in Russia e in Armenia, oggi è conosciuto anche in Italia. Contiene circa lo 0,8% di acido lattico e a secondo delle diverse modalità di fermentazione può avere un piccolo contenuto di CO2 e di alcol dovuti entrambi ai processi fermentativi dei lieviti. Il termine kefir deriva dalla parola armena keif e significa benessere.
Il kefir tradizionale è preparato utilizzando latte fresco (di vacca, pecora o capra) e i fermenti o granuli di kefir formati da un polisaccaride detto kefiran che ospita colonie di batteri e lieviti in simbiosi naturale. Nei granuli di kefir la microflora specifica isolata è costiuita da lactobacilli, streptococchi, lactococchi, acetobacter e lieviti.  
I fermenti di kefir sono utilizzabili anche per fermentare altri liquidi contenenti zuccheri,  come il latte di soia o riso e l’acqua con l’aggiunta di zucchero, frutta o altri aromi.
Oltre a numerosi ceppi di lieviti e batteri benefici, il kefir è ricco in vitamine, minerali ed aminoacidi.
E' ricco di acido folico, vitamina B12, vitamina B1 e vitamina K. E' inoltre un'ottima risorsa di biotina, un tipo di vitamina B che aiuta ad assimilare altra vitamina B.E' una fonte di calcio, magnesio e fosforo.
E' un buon prodotto alimentare per i soggetti intolleranti al lattosio , perchè ricco dell'enzima lattasi
ed è povero di lattosio in quanto con la fermentazione ne viene idrolizzato circa il 30%.
Il consumo quotidiano di kefir aiuta a regolarizzare le funzioni dell'apparato gastrointestinale, contrasta l'insediamento di batteri patogeni e stimola la produzione di anticorpi migliorando le difese immunitarie.
In sostanza, è un autentico filtro magico per la giovinezza perenne.   

martedì 13 gennaio 2015



 GUIDA E ABUSO DI ALCOOL : GLI ESAMI DI LABORATORIO PER RIOTTENERE LA PATENTE

Negli ultimi anni l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha piu’ volte segnalato che l’abuso di alcool  deve essere considerato un problema prioritario di Sanità Pubblica in quanto rappresenta un fattore di rischio per l’individuo e per la società con forti ripercussioni sulla sicurezza. L’assunzione cronica di bevande alcoliche è in costante crescita soprattutto tra i giovani (secondo l’ISTAT il 78% dei ragazzi italiani tra i 18 e 27 anni fa uso di alcolici e ancora il 61% dei ragazzi tra 15 e 17 anni assume alcool).
 Si  moltiplicano, soprattutto a carico delle nuove generazioni, gli incidenti stradali, ormai non solo del sabato sera, provocati dalla guida in stato di ebbrezza.  
La prevenzione e il controllo dell’abuso alcolico richiedono la disponibilità di indicatori analitici specifici in grado di discriminare in termini efficaci il consumo moderato di alcool dall’abuso legato a conseguenze negative sul piano sanitario, familiare, sociale e professionale, oltre che illecito in determinati contesti come ad esempio il divieto di guida in stato di ebbrezza o per i neo patentati e i guidatori professionali il divieto di guida con sospensione della patente dopo aver consumato bevande alcoliche.
La Medicina di Laboratorio sta assumendo un ruolo rilevante sia per controllare l’abuso acuto attraverso la misurazione dell’alcolemia, sia per verificare l’abuso cronico e individuare i forti bevitori, controllare se un alcolista in terapia si mantiene astemio, riconoscere le epatopatie di origine alcolica e valutarne lo stadio.

Il test di laboratorio della CDT (Trasferrina Desialata o trasferrina carente di carboidrati) sul sangue è  un esame che viene utilizzato per scopi medico-legali, quali il rinnovo della patente di guida in seguito ad una sospensione ed il rilascio del porto d’armi, per rilevare l’abuso di sostanze alcoliche e per il monitoraggio dell’astinenza alcolica in soggetti in trattamento terapeutico. La CDT è una glicoproteina prodotta  dal fegato e deputata al trasporto di ferro. Rispetto ai marcatori tradizionali di abuso cronico (GGT, MCV, Transaminasi) la CDT ha una specificità maggiore (intorno al 95%) e non è soggetta a variazioni causate da altre alterazioni dovute a farmaci, diabete, obesità, epatopatie e disordini ematologici. I falsi positivi derivano da carcinomi epatici, cirrosi biliare primitiva e sindromi congenite di varianti genetiche della trasferrina.


Quindi il dosaggio della CDT rappresenta il marcatore di abuso alcolico per eccellenza, sia in termini di sensibilità che in termini di specificità. Diversi studi hanno dimostrato che consumi superiori a 50-80 grammi di etanolo al giorno (60 grammi di alcol corrispondono approssimativamente ad una bottiglia di vino e a più di un litro e mezzo di birra) per almeno una settimana inducono un innalzamento dei valori di CDT. Sono necessari 10- 15 giorni di astinenza alcolica prima che la concentrazione di CDT nel sangue si dimezzi, con una normalizzazione dopo 2-4 settimane.
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